In principio era Cacaito Rodriguez
Se pensi all’America Latina, ti riferisci alla elite del ciclismo
- Home In principio era Cacaito Rodriguez
Se pensi all’America Latina ti riferisci alla elite del ciclismo. D’altronde basta guardare gli albi d’oro edi piazzamenti d’onore degli ultimi quindici anni per rendersene conto. Per esempio il venezuelano Jose Rujano, arrivato al gradino più basso del podio del Giro d’Italia del 2005 a soli 45”secondi dal vincitore Savoldelli, o l’ecuadoregno Carapaz che ha vinto il Giro di Italia invece lo ha proprio vinto. Oppure il velocista Fernando Gaviria che nel 2016 vince la Parigi-Tours, oltre a cinque tappe al Giro di Italia e due al Tour de France, oltre a due mondiali in pista dell’Omnium. Rigoberto Uran ha sfiorato in due occasioni il Giro di Italia e una volta il Tour, mentre Nairo Quintana ha vinto un Giro d'Italia nel 2014 e una Vuelta a Espana nel 2016. Fino ad arrivare a Esteban Chaves che ha vinto il Giro di Lombardia nel 2016 (primo sudamericano a vincereuna classica monumento) e soprattutto il fenomeno Egan Arley Bernal Gomez che giovanissimo si è già aggiudicato il Tour de France e il Giro di Svizzera. Senza poi dimenticare le nuove promesse.
Eppure venti o trent’anni fa quasi nessuno avrebbe scommesso su di un exploit così incredibile dei ciclisti latino-americani (soprattutto di quelli colombiani). Infatti un tempo erano considerati solo, si fa per dire, come ottimi attaccanti sulle salite dure(venivano soprannominate “cavallette”), che erano soliti affrontare con spirito anarchico, ovvero senza alcun risparmio fisico, spingendo in salita rapporti durissimi; ma al tempo stesso di minor rendimento in discesa e a cronometro. All’epoca davano nell’occhio anche per la loro fisionomia: di pelle scura, mingherlini, alti sul metro e 60 e con un peso che sfiorava i 50 chili, che se messi in confronto alle stazze medie dei ciclisti europei potevano essere quasi scambiati per bambini. Si trattava di ciclisti che appassionavano il pubblico nelle tappe di montagna, ma che poi per mancanza di esperienza perdevano secondi o addirittura minuti preziosi in discesa o in altre fasi della corsa; praticamente non avevano costanza nei grandi giri. Credo che il colombiano Nelson Rodriguez Serna detto Cacaito e il messicano Juan Alberto Perez Cuapio corrispondano a queste caratteristiche.
Va detto che dagli anni settanta in poi c’erano già stati corridori sudamericani che avevano saputo mettersi in mostra nel ciclismo mondiale come Martin Emilio Rodriguez che vinse due tappe al Giro di Italia (una nel 1972 e l’altra nel 1975), Oliveiro Rincon Quintana che vinse una tappa al Giro d’Italia, una al Tour e due alla Vuelta a Espana, Fabio Parra che vinse due tappe alla Vuelta a Espana e due al Tour de France, il venezuelano Leonardo Sierra che vinse una tappa al Giro d’Italia, ilmessicano Raul Alcala che vinse la Clasica San Sebastian e soprattutto Luis Herrera che fu il primo sudamericano a vincere un grande Giro ovvero la Vuelta a Espana del 1987. Eppure venivano considerati delle eccezioni e non riuscivano a rimanere nel cuore della gente. Di sicuro ci riuscì invece Cacaito Rodriguez, nato in Colombia il 16 novembre del 1965.
Fin da piccolo mette in mostra il suo amore per la bicicletta e nel 1987 vince la Classifica Generale del Tour della Martinica, e l’anno dopo vince una tappa al Giro di Colombia. Poi finalmente riceve una chiamata da un club europeo nel 1989, la spagnola Kelme(lo stesso club che poi lancerà Alejandro Valverde). Per via della sua piccola statura (160 centimetri, per 50 chili di peso) e per la professione del padreche lavorava in una pasticceria e cioccolateria, fu soprannominato Cacaito. Nel1990 con la Kelme fece il debutto senza infamia e lode al Tour de France; nel1991 passa al team Pony Malta con il quale corre al Giro d’Italia dove si fa vedere in alcune salite e si piazzerà dodicesimo nella classifica generale. Nel1992 arriva la chiamata alla ZG-Mobili del talent scout Gianni Savio; con il team italiano torna vincere nella Vuelta a Tachira in Venezuela e si ripete l’anno seguente. Corre anche al Giro d’Italia e al Tour de France dove lo si nota poco, ma intanto comincia a farsi le ossa nel ciclismo europeo. Il 1994 è il suo anno d’oro: già si mette in evidenza al Giro del Trentino, e al Giro d’Italia si vede che è un atleta diverso dagli anni passati. Adesso rimane coni migliori, e man mano che si sale di altitudine lui si esalta attaccando o facendo l’andatura, per poi perdersi magari in tappe di pianura e staccarsi nelle lunghe discese. Quello del 1994 era il Giro Berzin e soprattutto di Marco Pantani, e il nostro Cacaito nelle tappe di Merano e di Aprica arriva sempre nei primi dieci ma non può nulla contro l’exploit del Pirata. Nella Cuneo-LesDeux Alpes trova la fuga giusta e nel finale di tappa riesce a staccare pure i fuggitivi tra cui Podenzana, Conti, Hampsteen, ma non l’ucraino Pulnikov che lo supera in volata. Il suo coraggio e la sua simpatia nelle interviste del dopo tappa, con il sorriso sempre stampato sulle labbra, lo fanno diventare un mito in Italia. A Milano arriva sesto con 13’17” da Berzin. Partecipa anche al Tour de France dove si esalta sempre sulle salite e riesce spesso a stare con imigliori, anche se non come al Giro d’Italia. Nella tappa Bourg-d’Oisans a ValThoresn va in fuga con il lettone Ugrumov; il ciclista europeo fa spesso l’andatura e cerca di staccare il sudamericano ma non ci riesce. Questa volta Cacaito capisce che è meglio essere meno spavaldo e nel finale brucia Ugrumov. Vince così la sua prima (e unica) tappa in Europa e la ottiene proprio nel giorno della festa colombiana del 20 luglio. Arriverà sedicesimo nella classifica generale. L’impresa del Tour sembrava avere consegnato un nome nuovo nel ciclismo mondiale ma era solo il suo canto del cigno. Nel 1995 partecipa al Giro d’Italia dove curiosamente è ospite fisso nel dopo tappa televisivo; sfiora la vittoria nella tappa del Ciocco vinta poi da Zaina, e sfiora anche la conquista della maglia verde degli scalatori, ma in classifica arriva solo sedicesimo. Partecipa anche al Tour de France ma deve ritirarsi. Nel 1996inizia bene la stagione tanto che al Giro del Trentino arriva terzo in classifica ma al Giro d’Italia non è quasi mai presente con i migliori; riesce solo ad aggiudicarsi la Cima Coppi e si classifica 24° a Milano, dove chiude la sua carriera professionistica.
RELATED POSTS
STILE | FATICA
Dai Camuni parte la storia dell'uomo; qui i più grandi hanno fatto invece la storia del ciclismo